lunedì 6 giugno 2011
Quaranta
Quaranta non è un numero
particolarmente interessante. In matematica, ad esempio, è un
“semi-perfetto”. E' anche un numero “abbondante”. E' un
numero che rappresenta un poligono regolare (l'ottagono). E'
divisibile per la somma delle sue cifre. E' inoltre la somma di due
quadrati. Ma niente di speciale. In chimica è il numero atomico
dello zirconio, elemento abbastanza anonimo.
Nella vita, tuttavia, il numero
quaranta è assai più interessante. Già un anno fa, quando mi sono
svegliato la mattina del mio trentanovesimo compleanno, e nei giorni
successivi, ho cominciato a provare qualcosa di diverso. Mi sono
subito reso conto del perché: ero appena entrato nel mio
quarantesimo anno di vita.
I quarant'anni sono un percorso, che il
giorno delle quaranta candeline finisce, ma che è iniziato 365
giorni prima. Almeno così è stato per me. Ho avuto un anno intero
per assaporarlo, per rattristarmi il più delle volte al pensiero del
tempo che passa, ma anche per cercare nuovi stimoli e soprattutto
volontà di sperimentare nuove cose.
Il tempo passa veloce per chi non vive
contento, dicono i saggi. A me è passato molto veloce. Sono
contento? Obiettivamente non posso dire di no, per molti aspetti. Ma
i quarant'anni mi hanno dato modo di riflettere parecchio.
Quaranta è proprio il centro della
vita di un uomo. E' quell'età in cui hai ancora un futuro
ragionevolmente lungo, ma anche un passato a cui guardare. Puoi fare
confronti, dare giudizi, hai insomma sufficiente materiale per fare
un bilancio della tua vita. Ti sembra di essere esattamente a metà
del cammino.
La cosa sorprendente è che questo
meccanismo analitico scatta in maniera inconscia e del tutto
automatica. Molti amici, miei coetanei o di qualche anno meno
giovani, hanno sperimentato le medesime sensazioni. Ti viene
spontaneo pensare a ciò che eri a venti anni, ai desideri che allora
volevi realizzare, e confrontarli con quelli che a quaranta hai
effettivamente realizzato. Ciò che a vent'anni vedevi come il tuo
futuro, ora è diventato il tuo passato. E la domanda che sorge,
ineluttabile, è: il futuro che immaginavo coincide con il passato
che ho vissuto?
Quarant'anni è l'età perfetta per
porsi una tale questione esistenziale. E' un'età quasi mistica. E'
una svolta, un punto di non ritorno, una fine ma anche un inizio.
Così l'ho vissuta io.
A vent'anni ero un visionario. Pieno di
idealismi, mi immaginavo brillante scienziato, sognavo di essere
negli Stati Uniti, mi vedevo proiettato in una società che mi
avrebbe dato piena soddisfazione. Ero assetato di giustizia: già
allora constatavo profonde divergenze tra quelli che erano i miei
ideali e quello che invece il mondo offriva. Sentivo una vocazione
speciale per la famiglia, volevo sposarmi giovane e avere figli da
giovane.
Le cose sono andate un po'
diversamente. Ora, vent'anni dopo, parte di quei sogni li ho
realizzati, altri sto disperatamente cercando di realizzarli. Altri
ancora hanno perso il loro fascino giovanile, in parte a causa di
inevitabili disillusioni cui sono andato incontro e in parte per una
diversa priorità che hanno assunto via via nel tempo.
Sono ancora qui in Italia e sono ancora
profondamente assetato di giustizia, anzi, sicuramente più di
allora. Sono felicemente sposato, ma purtroppo non ho figli. Ho
studiato con soddisfazione e ho una buona laurea. Le prospettive di
carriera tuttavia hanno lasciato il posto a scelte di vita che ho
ritenuto, al tempo opportuno, più importanti. Non chiedetemi se mi
sono pentito, non ho la risposta. Come potrei sapere dove mi avrebbe
condotto il sentiero che ho lasciato dieci anni fa al bivio che mi ha
portato dove sono invece ora?
Certo, in vent'anni non ho fatto
tantissime cose che avrei voluto. Un po' per pigrizia, un po' per
mancanza di tempo, forse per mancanza di occasioni. Non sono mai
stato una persona che facilmente si mette in gioco. Dovrei essere
scontento di questo? Forse sì, ma mi rendo conto che sarei ingiusto.
Sono un perfezionista per natura, quindi tendo ad essere esigente con
me stesso, e a giudicarmi negativamente per gli obiettivi mancati
nella vita. Sarei ingiusto perché le cose più importanti, in
realtà, le ho ottenute. Tranne una. Ma ci sono cose, ahimè,
al di fuori del nostro controllo.
A quarant'anni ho cambiato prospettiva.
Vecchi interessi si sono affievoliti, e ne sono nati di nuovi. Nuovi
bisogni intellettuali, nuove necessità spirituali, nuovi desideri di
scoperta, nuovi traguardi da raggiungere. Ecco dunque che,
inevitabilmente, mi sono ritrovato a riconsiderare la scala delle
priorità e degli obiettivi della mia vita.
Riuscirò a realizzarli? Be', ve lo
saprò dire, forse, a 60 anni...
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